Marco Sestio Augusto - il prefetto (Parte I)

1253 a.u.c. - Campagne di Augusta Taorinorum
L’uomo stava tornando a casa dopo molti mesi di missione diplomatica in Gallia. La sua lorica segmentata era impolverata, il mantello rosso sventolava al sole bagnato di primavera. La ragazza, dal bordo della strada, quando lo vide, rimase senza fiato.
L’uomo era alto e muscoloso, la struttura fisica asciutta e possente tipica del militare di carriera. I vestiti però erano di qualità superiore, evidentemente era sufficientemente ricco per permettersi vesti più morbide. I lineamenti erano marcati, la mascella squadrata, i capelli, tagliati cortissimi come usava fare suo padre, rivaleggiavano con il colore del grano maturo e gli occhi verdissimi erano carichi di maschia arroganza.
Fu la visione di un momento, seppe che quello era l’uomo della sua vita. L’unico.
Ammutolita lo osservò, baldo e fiero sul suo cavallo, il suo seguito festante. Sembrava un uomo soddisfatto di sé stesso e gli schiavi ed i servitori al suo servizio sembravano felici. I soldati del piccolo drappello, una ventina in tutto, vigilavano attenti, ma ne scoprì più di qualcuno a sorridere soddisfatto. Le battute grossolane tra di loro non mancavano e tutto sembrava nella norma.
Incerta, arretrò di qualche passo nella boscaglia. Aveva perso di vista i suoi compagni e la strada per Augusta Taorinorum era lunga ed impervia. Il castra pretoriano di Augusta sarebbe stato il suo porto sicuro, il suo problema attuale era arrivarci tutta intera. Si tolse dalle spalle il tascapane e ne avvolse le cinghie attorno strettamente. Lì dentro vi era la sua vita ufficiale ed al momento era troppo pericoloso che cadesse nelle mani di chicchessia. Affondò le dita nella terra ancora bagnata della pioggia della notte appena trascorsa, nascosta alla strada da alcuni alberi e cespugli, e scavò una buca in cui seppellirvi il suo misero equipaggiamento, seppellendo così la propria vita. Non poteva rischiare, non ora, non in missione. Quando fosse stato il tempo, avrebbe trovato il modo di contattare il suo comandante.

Marco Sestio Augusto cavalcava tranquillo verso casa. Di lì ad un paio di mesi sarebbe giunta anche sua moglie, che non vedeva da più di un mese. Non che ne avesse sentito la mancanza, ma l’aria di casa era diversa quando una donna la riempiva. Si era sposato giovane, quando ancora era un militare in ferma obbligatoria. Un lampo scuro attirò la sua attenzione sul lato della strada e dopo pochi passi fece rallentare il cavallo e quindi lo fermò, scendendo dalla cavalcatura e facendo segno al capo della sua scorta di accompagnarlo. Fulvio scese pronto e, gladii alla mano, i due uomini accerchiarono la macchia scura sullo sfondo di erba e terra della piccola radura nascosta.
“Fermo dove sei!” Intimò Fulvio e la piccola figura inginocchiata a terra sembrò congelarsi nell’atto di sollevare la testa.
Marco, con sicurezza, avanzò puntando il gladio sotto al mento della figura e fece leva per far sì che sollevasse la testa e gli permettesse di vedere dentro al cappuccio del mantello.
Non era pronto a quella visione: era una donna. Una giovane donna, non poteva avere più di diciott’anni. Nonostante i suoi ventisei anni e la sua esperienza con le donne, rimase a bocca aperta per la bellezza mediterranea che si ritrovò davanti agli occhi. Occhi e capelli erano neri come la notte, i lineamenti era dolci e di una fine eleganza classica che solo in certe donne di Achaia aveva visto. Ma la pelle era chiara, bianchissima come quella dei germanici. “Chi sei?”
La piccola figura rannicchiata a terra, avvolta in una palla sporca e bagnata sotto al mantello pesante altrettanto sporco e bagnato. Lo guardava ad occhi sgranati. “Ai…”
La ragazza si bloccò subito e Marco, fraintendendo il sussurro, spostò appena la punta acuminata della sua lama. Una schiava fuggiasca, considerò l’uomo.
La ragazza boccheggiò rimproverandosi. Che stupida! Stava per dirgli il suo nome! Inspirando rispose con voce incerta: “Rhea. Mi chiamo Rhea, signore.”
“Cosa ci fai qui? Sei molto lontana dalla città e da qualunque altra villa o fattoria.”
“La carovana del mio signore è stata attaccata poco lontano da qui.” In un certo senso era vero: la sua coorte era stata attaccata davvero. “Mi ha intimato di nascondermi tra gli alberi e gli ho obbedito.” Lo aveva fatto suo malgrado, ma il comandante aveva avuto ragione: i nemici erano troppi e lei, che era appena entrata in squadra, non era ancora in grado di combattere bene. Non come sua sorella maggiore, pensò, che se la cavava molto meglio, merito del Magister Sapientis che aveva inserito nel suo corso molte ore dedicate all’allenamento del corpo ed alla pratica del combattimento. Ma lei era un oracolo, non aveva il fisico asciutto e scattante della sorella.
“E poi?”
“Alcuni briganti mi hanno inseguita, quindi ho corso per il bosco. Avevo paura e non ho badato a dove andavo e… mi sono persa.” Concluse, ammettendo infine la sua reale colpa.
“Ed i briganti?”
“Non lo so.”
Marco Sestio Augusto guardò torvo quella rara perla di bellezza inzaccherata. Le ultime due risposte erano state sincere, almeno quelle. Si era persa cercando di sfuggire “ai briganti” e non sapeva dove fossero. Probabilmente era riuscita a seminare i cacciatori di schiavi del suo padrone. Dopotutto, che altro motivo c’era a spiegare la sua presenza in giro con quel tempaccio? Nessuno. Decisamente nessuno.
Rinfoderando l’arma si chinò incombente su di lei, fissandola ammaliatore negli occhi neri. La ragazza rimase a guardarlo incuriosita ed affascinata, come quando parlava con i serpenti. Troppo tardi si accorse dell’errore. Fulmineo, lui le prese un polso e la trascinò dapprima in piedi e poi, con un unico fluido movimento, se la caricò in spalla dirigendosi con passo sicuro verso la colonna in attesa, rispondendo alle acclamazioni sconce e divertite degli uomini con un trionfante sorriso feroce.
“No!! Mettimi giù!! Ti prego, lasciami!!”
Gli sbraiti della giovane prigioniera furono ignorati da tutti, tranne da coloro che ridendo la schernivano. I suoi tentativi di divincolarsi furono tutti vanificati dalla presa ferrea dell’uomo che la scaricò, senza alcuna attenzione, sul piano del carro, tenendole saldamente i polsi. “Fulvio, legala.”
“Ti prego, aspetta! Io…” Tentò ancora lei, ma fu zittita dall’occhiata e dal sorriso feroce di Marco.
“Tu ora sei mia, Rhea. Sono un militare e sono tenuto ad applicare la legge. Il vagabondaggio è un reato e per punizione starai a servizio come schiava per un periodo minimo di sei mesi. In seguito il costo della tua liberazione verrà abbuonato alla cifra minima di cento sestertii.”
“No! Ma io non ho fatto nulla!!”
“Eri forse in compagnia?” Le chiese autoritario.
“N-no…”
“Mi hai forse detto dove eri diretta?”
“No.”
“Ci sono tracce di briganti qua intorno?”
Lei si guardò sconsolata attorno. “No.”
“Quindi stavi vagabondando.”
“No.”
“No?”
“Tu puoi vederla così, signore, ma io non stavo vagabondando. Mi sono semplicemente persa.”
“Vuoi che ti accusi di essere una schiava fuggiasca? Sai cosa fanno ai fuggiaschi?”
Rhea, questo era il suo nome ora, doveva ricordarselo, sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Di male in peggio. “Non sono una schiava, padrone.”
“Da adesso lo sei. Sei la mia schiava e mi chiamerai padrone, sono stato chiaro?”
Lei lo guardò con occhi sgranati, mentre grosse lacrime di disperazione iniziarono a colare silenziose e accusatorie lungo le sue guance. Il capo della scorta di quell’uomo, Fulvio, aveva finito di legarle i polsi al carro. Deglutendo, rendendosi conto di cosa le stava succedendo, la ragazza annuì, ma non riuscì a frenare le lacrime, la disperazione che montava dentro.
Fulvio scosse la testa pensando che quella ragazza gli avrebbe portato solo guai.
Marco sorrise soddisfatto, voltando le spalle a quegli occhi disperati e quelle lacrime che lo accusavano. Quella perla era sua, l’aveva voluta dal momento stesso in cui, nella grigia luce del tardo pomeriggio, aveva posato gli occhi su di lei.
Il sorriso sul suo volto si ampliò, mentre tacitava una vocina interiore. A breve sarebbe stata sua completamente.

Scritto da: Atia Rubinia
Revisionato da: Elios Tigrane

3 commenti:

  1. Bello... ci siamo, il genere, l'atmosfera, la narrazione, mi piacciono e il finale incuriosisce molto. Beh, per come la vedo io, il fattore sentimentale in tutte le sue sfaccettature induce alla lettura, è inevitabile. Complimenti!

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  2. Mi si perdoni... il commento di cui sopra è mio e io sono BARBARA RISOLI.

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  3. O Barbara.... ma mica è finito!!
    Atia

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