Wulfgar, la spia (parte II)

20 Marzo 1249 a.U.c. Massilia, zona portuale Secunda Vigilia (dalle 21 a mezzanotte)Quattro figure si mossero veloci tra i vicoli del quartiere portuale della città, avevano studiato il percorso da fare già il giorno prima in piena luce. Il loro obbiettivo era ormeggiato nella banchina centrale, una nave commerciale. Precedentemente avevano girato per il porto travestendosi più volte ed erano riusciti ad individuare almeno quattro mendicanti sospetti che si erano alternati lungo la banchina, un gruppo di pescatori che non li convinceva, avevano le mani con dei calli tipici da chi usava le armi e non le reti da pesca.
Quella notte avevano deciso di agire, non vi era la luna e l’illuminazione del porto sarebbe stata scarsa. Il loro unico obbiettivo era quello di salire a bordo della nave.
Due uomini si ritrovarono sulla terrazza di un’insula da cui potevano vedere il molo che interessava loro.
“Dobbiamo agire subito e con determinazione” Affermò sicuro il più muscoloso dei due.
“Si, ma sarebbe meglio affrontare il problema da due punti diversi.”
Il primo si girò verso di lui, poi tornò a fissare il porto. L’illuminazione era scarsa ma le lampade erano state posizionate con troppa precisione per creare delle zone di luce, dove sarebbe servito il buio più completo e zone d’ombra dove si potevano appostare dei nemici. Inoltre il camminamento delle guardie era perfettamente illuminato dall’altra parte, nessuno sarebbe riuscito a passare senza essere visto.
I due capirono che la situazione non era facile. Quindi si spogliarono della giacca ed in silenzio iniziarono a dipingersi con i colori ed i loro simboli tribali.
“Avanti arriviamo a quella maledetta nave e concludiamo la nostra prova.”
“E vendichiamo i nostri quattro frates che hanno fermato i nostri inseguitori a rischio della loro vita ed ora non sono qui con noi.” Concluse il belgico.
Quando scese dal tetto Wulfgar aveva il viso ed il torace completamente dipinto di simboli celti di colore verde e nero, l’arco in una mano, la faretra sulle spalle e la spada al fianco. Sargon non risultava meno spaventoso con i simboli di guerra del popolo syriano ed il lungo bastone con la catena in mano.
“Io ed il liberto andremo via acqua, tu e il nubiano vi muoverete lungo la banchina ed il molo.A dopo, a bordo della nave.” Sargon era stato conciso come sempre, dopodiché si calò in acqua subito imitato dal liberto, un giovane che il suo padrone aveva reso uomo libero dietro richiesta del Magister Auguralis di Achaia. Il liberto aveva scoperto che il suo padrone era stato ampiamente ripagato dall’impero per aver rinunciato ad un cacciatore abile come lui, ma sapeva che ne era orgoglioso essendo stato lo stesso domine a prendersi cura di lui fin da quando era piccolo e lo aveva mandato nei boschi e sui monti con i migliori cacciatori delle sue tenute. Era quasi un padre, per il liberto e non avrebbe consentito mai a nessuno di impedirgli di raggiungere la meta. Lo doveva al suo padrone. Immergendosi lenti e silenziosi nell’acqua fredda, i due nuotarono fino alla loro destinazione tenendosi all’ombra del molo.
Wulfgar ed il nubiano confabularono brevemente, quindi il belgico tornò sui tetti, nascondendosi dietro all’insegna di una taberna raffigurante forse un mostro marino, irriconoscibile a causa delle intemperie che lo avevano corroso nel corso degli anni. Il belgico non si pose alcuna domanda in merito, l’insegna serviva a celarlo agli sguardi e tanto gli bastava. Incoccò una freccia, prese la mira e colpì al primo colpo la corda che legava la lucerna alle travi del porticato. La fiammella disegnò nel buio un arco discendente ed andò a schiantarsi contro un muro, lasciando cadere una pioggia di luce lungo il muro quando la lucerna di terracotta si infranse, spandendo l’olio che prese subito fuoco.
“Al fuoco!! Al fuoco!!” L’urlo del mendicante, svegliato bruscamente dal rumore di cocci infranti, ruppe il silenzio del porto e subito la voce si propagò. Wulfgar sorrise. Rumoroso come diversivo, ma decisamente efficace.
Attirati dal frastuono e dalle urla del mendicante, i vigiles accorsero rapidi a spegnere le fiamme: nulla era più temuto di un incendio in una città.
Alle loro spalle un’ombra scura, perfettamente a proprio agio tra le ombre della notte, scivolò silenziosa lungo il molo, fino alla nave mercantile. Il suo cauto proseguire venne interrotto da un vigiles che stava di guardia in fondo al molo e che stava accorrendo in soccorso dei colleghi per spegnere le fiamme. Non vide il nubiano, ma ne sentì il respiro mentre l’oscurità stava scendendo su di lui dopo aver ricevuto una gran botta in testa.
Il nubiano lo legò con una fune, imbavagliandolo con il suo stesso mantello, quando sentì arrivare qualcuno era troppo tardi, una lama lo sfiorò di poco e comprese che l’avversario non avrebbe potuto mancarlo se non appositamente. Voltandosi estrasse la propria spada parando di stretta misura un colpo con la sua kopesh ricurva, dono del padre. I due iniziarono un combattimento serrato, muovendosi silenziosi e letali tra le luci e le ombre del molo, l’uno cercando di avvicinarsi alla nave sulla quale doveva imbarcarsi, l’altro cercando di tenervelo lontano.
Lungo la banchina una figura correva tra le ombre tenendo in mano l’arco con una freccia incoccata. Wulfgar si fermò, allargò i piedi e prese la mira. La freccia fu lanciata vicina più per distrarre l’avversario del nubiano, che per colpirlo: era troppo buio e rischiava di uccidere il proprio compagno. Riprese a correre verso i due, incoccando una seconda freccia. Decise che quella non avrebbe mancato il bersaglio.
Nel frattempo due figure si erano issate lente e silenziose sulla nave utilizzando la gomena di ancoraggio per arrampicarsi. Saliti a bordo, Sargon fece il giro del ponte mettendo fuori combattimento le guardie colpendole con il suo bastone, facendo attenzione a non usare troppa forza per non ucciderli. Il liberto dietro di lui ne prese le armi e poi legò ed imbavagliò le vittime. Finito il giro si sporsero dalla murata e videro il nubiano combattere contro un uomo con un mantello lungo fino ai piedi. Il buio della notte non consentiva loro di sapere se il compagno fosse ferito o meno. Una figura più esile arrivava correndo, era Wulfgar. Ancora il buio del molo non gli consentiva di mirare al bersaglio, quindi lanciò due frecce consecutive distraendo nuovamente l’avversario del nubiano che lasciò il combattimento dopo aver buttato a terra il novellino con una mossa di pancrazio, per rivolgersi verso il nuovo venuto. Nella notte, Sargon ed il liberto videro solo il baluginio di due lame saettare nell’aria mentre la figura incappucciata caricava il loro amico belgico: una mancò il bersaglio mentre l’altra lo colpì alla spalla sinistra.
Nessuno dei due contendenti fermò la propria corsa: mentre Gawain estrasse altri due pugnali da sotto il mantello, Wulfgar decise di tentare una finta, accorgendosi troppo tardi di essere stato anticipato.
Una freccia si piantò a terra, a meno di due spanne dal piede del Magister Ombra che fu costretto a tuffarsi indietro tra le ombre del molo per evitare un secondo attacco. Il liberto era ancora alla murata della nave, in piedi con la corda dell’arco tesa, pronto a centrare il bersaglio non appena si fosse mostrato. A differenza di Wulfgar, sapeva riconoscere con maggior precisione le sagome nel buio e non aveva problemi a tirare contro i nemici. Aveva mancato quell’ombra sfuggente solo perché non avevano mai ricevuto l’ordine di uccidere, quindi non vedeva perché avrebbe dovuto farlo.
Sargon nel frattempo era sceso dalla nave per soccorrere il nubiano che avanzava lento con la spada ricurva in mano, lo aiutò a salire sulla nave e tornò indietro, il bastone poggiato con noncuranza sulla spalla, si guardava vigile intorno. I suoi sensi gli dicevano che qualcosa non quadrava.
Wulfgar era appena arrivato vicino a Sargon, anch’egli all’erta, sapendo di essere osservato.
“Lui è ancora qui, non ha rinunciato.” La sua voce giunse chiara al syriano che annuì.
“Lo sento, è vicino, ma ancora non lo vedo. Andiamo a bordo, la missione ha la priorità, veloce.”
I due iniziarono a salire a ritroso lungo la passerella che li avrebbe condotti in salvo, quando furono a metà del tragitto sentirono il liberto gridare.
“Attenti, sopra di voi!!”
Wulfgar e Sargon alzarono di scatto la testa verso il cielo nero come l’inchiostro dei polipi che avevano visto quel mattino al mercato e videro un’ombra staccarsi dall’albero della nave ormeggiata alla loro sinistra e piroettare nel vuoto atterrando alle loro spalle con un tonfo sordo. A metà della passerella che li avrebbe condotti alla loro meta. I due si mossero all’unisono in modo da proteggersi la schiena senza ostacolarsi. Il loro avversario estrasse altri due pugnali lunghi.
“Spiacente, ragazzi, la vostra corsa finisce qui. L’altruismo non paga.”
Le due lame si mossero senza preavviso centrando entrambi i bersagli al fianco. Sargon riuscì ad utilizzare il lato corto della propria arma come un randello cercando di colpire l’avversario alla testa ma questi, con una mossa improvvisa si scostò subendo il colpo sulla spalla sinistra. Wulfgar lo vide sbilanciarsi e, senza pensarci gli sferrò un calcio alla gamba destra togliendogli l’appoggio e facendolo precipitare nel nero abisso sotto di loro.
I due persero un battito di ciglia a fissare il mare nero sotto di loro. Non avevano sentito il tonfo del corpo che cadeva in acqua. Si guardarono e corsero su per la passerella, arrivando in salvo sulla nave. Alla loro meta. Dalla murata Wulfgar si sporse, ancora incerto, a guardare dove era caduto quell’incredibile avversario. Avevano faticato a neutralizzarlo in quattro. Ma ci erano riusciti. Lo sentiva, era lì che lo stava guardando, studiando. Avrebbe scommesso il soldo di un mese che era così. Un lento sorriso gli si formò sulle labbra: “Spiacente, amico. La nostra corsa continua.”
Da sotto Gawain soffocò una risata. Dovette ammettere a sé stesso che se l’era cercata.

L’alba li vide seduti accanto alle guardie che avevano disarmato e legato, che ora li guardavano in cagnesco, feriti nell’orgoglio per essere stati sopraffatti. Si erano curati le ferite ed un paio di loro si erano addirittura appisolati, sapendo che i compagni vigilavano.
“Lì, sulla balaustra.” La voce stanca e tremante del belgico, appoggiato contro l’albero maestro, fece voltare Sargon e svegliò gli altri due. Indicata dalla spada che teneva in mano Wulfgar, un’ombra si stagliava sulla balaustra, avvolta nella bruma del primo mattino, illuminata appena dalla luce del sole nascente, il mantello tagliato in più parti si gonfiò sospinto dalla brezza del mattino. L’uomo non impugnava nessun’arma, nella mano destra aveva un rampino mentre con l’altra stava arrotolando la corda usata per issarsi a bordo. Nessuno lo aveva sentito salire e solo la luce del sole aveva rivelato la sua presenza al belgico.
Sorridendo divertito, l’uomo si appoggiò alla murata, calando il cappuccio e scoprendo il viso. “Ave, allievi. Non perdete tempo, tirate giù dalla branda il capitano, dobbiamo salpare.”
Agli sguardi stupiti l’uomo si avvicinò con un sorriso crudele. “A differenza del maestro Druso Ampliato, io vi farò sputare sangue.”
Nessuno dubitò di questa affermazione.

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