Uryen - L'esploratore (parte I)

Aprile 1248 a.u.c. - campagne romane
Il ruscello gorgogliava indifferente a tutto, il bosco pulsava di vita, pieno di suoni, vibrante di fruscii. La radura che si affacciava sul ruscello era un’oasi di quiete in tutto quel movimento. Una coppia di fringuelli si staccò dal ramo di una quercia, rincorrendosi a lungo nel cielo, prima di sparire oltre gli alberi dalla parte opposta della radura. Il cerbiatto brucava l’erba baciata dal sole mattutino, gli occhi semichiusi a godersi la vita. L’erba di quella zona era particolarmente saporita e morbida, e più ci si avvicinava alla riva e più la qualità migliorava, per via dell’acqua dolce che la nutriva. Il cerbiatto l’aveva scoperto il giorno prima, ed era ritornato per sopire nel migliore dei modi il languore mattutino. Brucava il prato rilassato da più di un’ora, quando una leggera brezza si alzò, portando con sé gli odori vitali del bosco, i suoi profumi, la nota pungente della resina dei pini. Poco alla volta, in quel variegato paradigma di aromi emerse una nota stridente, che nel giro di pochi istanti diventò sempre più intensa, arrivando ad essere quasi fastidiosa. Il cerbiatto alzò la testa, quasi a voler capire cosa stava incrinando quell’idillio.
Sentì un sibilo alla sua sinistra, che lo fece girare di scatto verso indietro, chiudendo il collo e riducendo la superficie utile alla freccia che gli stava piovendo addosso. Il dardo lo sfiorò sul collo provocandogli una ferita superficiale e piantandosi a terra. L’animale scartò e fece un paio di rapidi balzi verso gli alberi, poi cadde a terra contorcendosi e scalciando. Una seconda freccia gli si era conficcata a fondo nella coscia posteriore. Pochi secondi più tardi, una terza freccia lo trafisse al cuore, facendolo distendere nell’erba. Scalciò ancora un paio di volte dopodiché non si mosse più.
Al limitare della radura, Uryen scese dall’albero e si avvicinò alla carcassa dell’animale. Tre frecce. Se non si fosse alzato il vento sarebbe stata sufficiente la prima. La prossima volta avrebbe dovuto tenerne conto. Legò assieme le zampe del cerbiatto e se lo caricò in spalla. Lungo il cammino verso casa pensò alla faccia che avrebbe fatto sua sorella minore alla vista del cerbiatto. Per non parlare delle sue urla di protesta. Sorrise all’idea. La piccola Aife era un’incorreggibile protettrice dei deboli e lo rimproverava ogni volta che portava a casa il bottino di caccia, ma poi non si faceva troppi scrupoli quando la fame si faceva sentire, mangiando tutta la sua parte senza mai porre domande sull’origine del cibo. L’altra sua sorella, Riannon, era ormai una signorina e capiva che la caccia era una necessità, oltre che un utile esercizio nell’uso delle armi. Non lo aveva mai rimproverato, anche se un paio di volte gli aveva chiesto di non far vedere ad Aife le prede, per non rattristarla.
La mattina era stata proficua: un cervo non gli capitava da ormai un paio di settimane. Considerava quell’evento un dono della stessa Diana, concessogli per la festa che lo attendeva alla domus. Infatti, l’indomani mattina suo padre sarebbe ritornato a casa dopo due mesi di assenza e sua madre voleva accogliere il suo eroe come una vera matrona romana accoglie il suo domine di ritorno dalla battaglia. Inoltre, tra un paio di giorni, lui sarebbe diventato un uomo a tutti gli effetti, togliendo finalmente la bulla dal collo.
Il padre di Uryen era un militare di carriera, un centurione. Aveva combattuto a lungo da giovane lungo i confini dell’impero ed ora continuava a lavorare per l’esercito, anche se non in legione. Lui non sapeva esattamente cosa facesse, ma sapeva che non aveva mai tardato un giorno nel rientrare a casa. Anche quella volta, come molte altre in passato, era arrivato un messo imperiale dal castra pretoriano che annunciava a domina Galatea che il centurione Martio Raeticus sarebbe tornato a casa di lì a dieci giorni. In quell’ultima settimana quindi, Uryen era andato a caccia ogni giorno per procurare carne fresca sia per la festa di benvenuto che per quella del suo diciassettesimo compleanno. Avrebbe così dimostrato al genitore che aveva imparato a mettere in pratica i suoi insegnamenti al riguardo. Quando l’indomani il suo valoroso e forte padre si sarebbe seduto a tavola, sarebbe stato fiero di lui, e lo avrebbe finalmente visto come un abile cacciatore romano. Già, suo padre, il prode centurione. Aveva da poco passato i quarant’anni, ma nonostante ciò era incredibilmente forte ed agile e ancora adesso lui non riusciva a tenergli testa. Però migliorava costantemente, e prima o poi lo avrebbe superato, ne era certo. Rimaneva solo da stabilire quando questo sarebbe successo. Come tutti i ragazzi, il giovane Uryen aveva fretta di crescere, senza rendersi conto di cosa implicasse davvero essere un adulto.

Arrivò alla villa di campagna. Davanti all’edificio era fermo un carro coperto. Passandoci davanti, vide che la porticina dell’abitacolo era aperta e che i suoi occupanti erano già entrati in casa. Erano almeno due, a giudicare dalle impronte che dal mezzo si portavano fino all’ingresso dell’edificio. Curioso si chinò ad osservare le impronte più da vicino, toccandole con la punta delle dita della mano destra. Una serie era più grande e fonda, l’altra poco più piccola e più lieve. Sorrise, un uomo ed una donna. Altra cosa di cui suo padre sarebbe stato orgoglioso, pensò.
Entrò in casa, col cerbiatto sulle spalle e si diresse subito alla culina per consegnare la carcassa allo schiavo cuoco. Una volta fatto ciò, scivolò silenziosamente attraverso il corridoio stranamente deserto per quell’ora del giorno, fino ad arrivare all’ingresso del Peristilio. Lì, nel giardino interno, sua madre sedeva su una panca in compagnia di due persone. L’uomo era in piedi e le parlava con voce bassa, la donna invece le era seduta a fianco a le teneva la mano. Non riconobbe subito l’uomo, ma non appena la donna si sistemò una ciocca degli inconfondibili capelli, non seppe trattenersi e si avviò deciso e sorridente verso di loro, tradendo ogni intento spionistico.
“Zia Azia!!!! Zio Domiziano!!!!”
L’uomo si voltò, sorridendo improvvisamente alla vista del giovane.
“Per Giove, Azia, non trovi che quest’uomo assomigli a mio nipote Uryen?” disse.
“No Domiziano, quest’uomo è Uryen.” precisò lei sorridendo ed alzandosi ad abbracciare il nipote.
“Caspita” disse Domiziano mentre i due si stringevano “hai proprio ragione mia cara. Galatea, complimenti, hai cresciuto un uomo forte e vigoroso” aggiunse mentre abbracciava il nipote.
Quello che fino a sei mesi prima era ancora un ragazzo, aveva mutato aspetto, assumendo l’espressione ed il portamento di un adulto. Il rossore sulle sue guance e qualche segno facevano intuire la pratica delle prime rasature. Inoltre, aveva un petto più tonico. Il suo corpo stava cambiando, era più alto, snello, muscoloso. L’esercizio fisico dava i suoi frutti. D’altronde, pensò il greco, è figlio di Marzio, non poteva che crescere sano e forte.
“Mater” disse il giovane “mater, oggi Diana è stata generosa!!! Ho preso un cerbiatto!!!”
Galatea, che nel frattempo si era alzata, sorrise dolcemente al suo primogenito. “Bravo Uryen, sono fiera di te” disse la donna, baciando il figlio in fronte, incapace di trattenere oltre le lacrime.
“Mater” disse Uryen “ma tu piangi. Che succede?”
La donna non ebbe il coraggio di rispondere. Abbassò lo sguardo, seria. Poi, incapace di trattenersi, si mise le mani sul viso e iniziò a singhiozzare. Uryen abbracciò la donna con fare protettivo, ignaro dei motivi che la affliggevano. Poi si voltò verso gli zii, guardandoli dritti in faccia. Fu allora che capì che la sua infanzia era finita. Definitivamente.
Continua.....
Scritto da: Martio Raeticus
Revisionato da: Elios Tigrane - Atia M. Rubinia

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