I guerrieri

Novembre 1251 a.u.c. - boschi dell’Illyria

L’uomo si stiracchiò, guardando la posizione della falce di luna e si alzò dirigendosi al piccolo fuoco da campo schermato. Depose il grande scutum vicino al proprio giaciglio e si voltò scrollando appena la spalla del compagno.
“Ehi, tocca a te. Io vado a liberarmi e poi mi metto a dormire.”
Il compagno si alzò silenzioso come un gatto e si limitò ad annuire, gettando un altro ciocco sulle braci roventi. Quindi prese arco e frecce, ne incoccò una ed iniziò un giro di ronda della piccola radura dove si erano accampati. Poco dopo si inerpicò tra le fronde di un albero e, comodamente seduto sul grosso ramo, nascosto dalle foglie, si mise a vigilare sul sonno della sua coorte.

La donna si era allontanata nel bosco sbuffando infastidita. Accompagnava la centuria destinata al castra di Pola, dove finalmente si sarebbe aggregata alla propria coorte. Era infastidita dal continuo mormorio che la seguiva ovunque: i legionari erano peggio delle comari al mercato del suo paese, quando ci si mettevano. Dopo l’ennesimo pesante commento, si era allontanata da sola per evitare di prenderli a pugni dal primo all’ultimo.
Muovendosi silenziosamente per il bosco, seguendo le piste tracciate dagli animali per non fare troppo rumore scostando rami e cespugli, sbucò al limitare di una radura. Guardandosi attorno localizzò facilmente la centuria accampata a pochi stadi di distanza, vedeva i bagliori dei fuochi e le spirali di fumo innalzarsi al cielo inargentate dalla luna piena.
Si era fermata al limitare della radura per abitudine, la sua preparazione di combattente le sconsigliava di entrare in un campo così aperto: sarebbe potuta essere un facile bersaglio per dardi e frecce.
Fatti un paio di passi all’indietro per mantenersi nell’ombra degli alberi, la donna smise di respirare per rimanere in ascolto. I rumori della notte cessarono improvvisamente, un fruscio proveniente dalla radura le fece rizzare i capelli sulla nuca. C’era qualcuno.
Fosse stata in un altro frangente non si sarebbe fatta scrupoli, ma dall’indomani sarebbe dovuta essere a Pola, al castra, ad attendere l’arrivo della coorte alla quale era stata aggregata. Saggiamente preferì tornare sui proprio passi, girando attorno alla radura per tornare all’accampamento militare dal quale se ne era andata. Meglio prendere a cazzotti i legionari piuttosto che rischiare la vita in solitudine per niente.

L’uomo uscì dalla boscaglia e si fermò poco oltre il limite della radura per espletare le proprie necessità fisiologiche. Mentre stava rientrando al campo un lieve fruscio attirò la sua attenzione. Sfoderando il gladio ed il pugio si acquattò contro un tronco, acuendo i propri sensi. Nessun rumore. Questo lo preoccupò: in un bosco, di notte, i rumori erano molti, ma in quel posto non ve ne erano. Poi il fruscio si ripeté, più vicino questa volta. Trattenendo il respiro si tenne pronto ad attaccare. Rimase paralizzato dallo stupore quando vide una donna attraversare una lama di luce tra gli alberi. Era bionda, con i capelli lunghi legati a coda di cavallo, una splendida armatura anatomica le fasciava il corpo ben modellato e la tunica corta copriva a malapena le cosce di un gran bel paio di gambe muscolose. Pensò il guerriero acquattato. Gambe nude. Con quel clima dimostrava una notevole insensibilità al freddo.
La donna si mosse piano, lentamente aveva sfoderato il proprio gladio pensando fosse meglio esser pronta a qualunque evenienza. La lama che le venne puntata alla gola terminava in una forma d’ombra acquattata alla base di un grosso albero. “Ferma dove sei, in nome di Roma.”
Lei, per tutta risposta, si voltò a mezzo verso la voce baritonale che l’aveva così bruscamente appellata. Vide un uomo grande e grosso, la sovrastava di tutta la testa, alzarsi e porsi in luce per meglio vederla, allontanandosi di un paio di passi. Lo squadrò da capo a piedi, valutandolo. Non sembrava un legionario, affatto. La corta tunica marrone era sdrucita su una spalla, strappata sul bordo inferiore in più punti. La lorica segmentata aveva certamente visto tempi migliori. Il gladio, però, era decisamente appuntito. Forse era un disertore. Puntò i suoi occhi nocciola sul viso di lui e trasecolò: era un uomo dannatamente bello. Ed altrettanto deciso.
“In nome di Roma? Tu? Non farmi ridere.” La filosofia di vita della donna era semplice: la miglior difesa era l’attacco, anche verbale.
“Sei all’interno di un perimetro militare, getta l’arma e non fare storie, donna. Fossi in te non riderei tanto: ho due armi, tu una sola.” Tenne a precisare lui sventolando il pugio e parlandole con tono autoritario.
La guerriera iniziò a ridere, sganciando la striscia di cuoio che assicurava al fodero la spatha sulla sua schiena. Gli andò incontro a passo lento, senza alcuna paura e sorrise truce vedendolo indietreggiare fino alla radura. All’interno della boscaglia non sarebbe riuscita ad usare la lunga arma, ma in uno spazio aperto non vi sarebbero stati problemi di sorta. Sfoderando la spatha continuò ad avanzare, ridendo sempre più forte alle parole dell’uomo, finendo per piegarsi sbellicandosi dalle risate alla sua precisazione sul numero delle armi possedute. Incrociò le braccia sulla pancia, tenendosela, mentre si piegava in avanti, ridendo divertita. “E quel punteruolo tu la chiami arma?”
L’uomo era pronto ad un attacco, non ad una risata. Non aveva visto la spatha sulle spalle della donna, ma in ogni caso gli bruciò quella risata di scherno e quell’aperta derisione. “Sei coraggiosa, te lo concedo.” Replicò superiore, prima di attaccare.
Era quello che la donna voleva, e lui se ne rese conto quando due lame imprigionarono il suo gladio, mentre lei si spostava di lato per evitare l’affondo, rendendo inutile il suo pugio essendosi mossa dalla parte opposta. “Ops. Mancata.”
Il calcio della donna lo colpì in pieno stomaco, facendolo arretrare. Per evitare il pugio, la guerriera non aveva potuto imprimere tutta la sua forza in quel calcio. L’addestramento ricevuto lo fece muovere d’istinto: alzò il pugio ed abilmente deviò il gladio della donna che stava calandogli addosso, poi muovendosi rapido le diede un calcio sul ginocchio facendola cadere.
Lei atterrò con il ginocchio offeso a terra, ma ci sarebbe voluto ben altro per atterrarla. Portandosi la spatha sopra la testa parò l’attacco avversario, con il gladio si gettò in avanti mirando al bordo dell’armatura. Non lo colpì, lui era saltato indietro agilmente e lei si ritrovò stesa a terra. Rotolando rapida fu di nuovo in piedi, in guardia, pronta mentre il suo avversario non si era mosso. Quello scontro si stava rivelando interessante: l’uomo combatteva bene, molto bene. Troppo bene per essere un semplice legionario. “Non sei solo chiacchiere, vedo.”
“Ho anche un distintivo. Arrenditi, o dovrò arrestarti. Se non ti ammazzo prima.” Le rispose lui con voce sicura.
Al nuovo assalto la guerriera parò sicura, ma questa volta non si scostò ed il calcio colse l’avversario in pieno allo stomaco, facendolo volare gambe all’aria. Avvicinandosi lentamente, la donna chiosò beffarda: “Parli troppo.”
Questa volta fu lei a caricarlo, mentre ancora si stava rialzando scuotendo la testa per il colpo ricevuto. Riuscì a parare facilmente il colpo della spatha, schivando nel contempo il gladio e affondò il suo, mancandola. Continuarono così per parecchi minuti, attaccando, parando, schivando, muovendosi rapidi in una letale danza di lame. Un colpo con il piatto della spatha fece perdere all’uomo la presa sul pugio, poco dopo ricambiò il favore agguantando la lunga arma e, strappandola di mano all’avversaria, la scagliò a terra, lontano.
Intorno a loro cinque figure silenziose si disposero a cerchio attorno ai due contendenti, rimanendo nell’ombra, pronti ad intervenire. Con tutto il baccano che i due avevano fatto, Uryen era scattato immediatamente, svegliando i compagni. Cumar, il loro comandante, aveva disposto le posizioni, poi, vedendo che l’avversario del loro compagno era uno solo, si era messo comodo a vedere come sarebbero andate a finire le cose. Uryen, accanto a lui, aveva comunque incoccato una freccia: per quanto potesse essere meschino colpire un abile guerriero come se fosse un cervo non l’avrebbe lasciato uccidere un suo frates.
Nel frattempo, i due contendenti si battevano con foga e passione, abilità e forza. Si ritrovarono in posizione di stallo: lei puntava il gladio al ventre dell’uomo, appena sotto il bordo dell’armatura e gli stringeva con la sinistra la gola. Dal canto suo, il guerriero aveva il gladio puntato sul costato della donna, appena sotto l’ascella e con la mano sinistra aveva agguantato l’avversaria per il collo. I due si fissarono lungamente negli occhi, entrambi stringevano la gola l’uno dell’altra, entrambi intenzionati ad essere l’unico vincitore. Entrambi con un dubbio in testa: avevano combattuto alla pari, molte mosse erano stati in grado di anticiparle in quanto le conoscevano. Sembrava quasi che avessero fatto lo stesso identico addestramento.
“Chi sei?” Chiese rantolante l’uomo.
“La guerriera che ti ucciderà, sbruffone.”
“Sei... sei una legionaria? Il tuo... addestramento...”
“Tu che ne dici?”
Poi avvenne l’impensabile. La donna mollò la presa, sebbene lentamente. Il gladio di lei si abbassò fino a toccare terra con la punta, lei iniziò a barcollare. A ben guardarla, aveva le labbra violacee. Lui mollò a sua volta la presa, sentendo la testa leggera per la mancanza d’aria, arretrando di un passo. La donna barcollò vistosamente, sul punto di svenire, ma con le ultime forze caricò un diretto alla mascella dell’avversario che mancò il bersaglio di poco. Troppo poco.
Lui inciampò in una radice affiorante cadendo seduto a terra mentre la donna cadde in avanti in ginocchio, entrambi senza più forze, ansanti. Si fissarono lungamente.
Riannon fece un passo in avanti, ma subito si sentì spingere indietro piano da una forza invisibile. Guardando il proprio comandante comprese che non era ancora finita: lui voleva scoprire chi fosse quella donna formidabile.
Tossendo per riprendere il fiato, l’uomo parlò per primo: “Credo che ci sia stato un equivoco.”
“Un equivoco?” Domandò lei stupita.
I due si fissarono lungamente, mentre lei si metteva seduta valutando la distanza tra sé e le sue armi.
“Credo di sì.”
La guerriera si lasciò andare ad un sorriso divertito. Quell’uomo le piaceva. Non sapeva spiegarselo, ma le piaceva. E sapeva combattere dannatamente bene. In un’occasione o due aveva pensato di essere finita.
“Per fortuna ti piaccio, non oso immaginare come dimostri il tuo odio.”
Lei lo guardò stupita, non si era accorta di aver espresso quel pensiero ad alta voce. Sorridendo truce non si scompose più di tanto e ribatté serafica: “In tal caso starei parlando con un cadavere. E le repliche languirebbero.”
Si fissarono a lungo. Poi, improvvisamente scoppiarono a ridere a crepapelle.
I compagni del guerriero si rilassarono, finalmente: lo scontro era finito a pari e la donna non sembrava essere una minaccia. Probabilmente era una combattente della Chorus Auxiliaria Arcana, forse di una coorte accampata lì vicino. Oppure apparteneva all’unico reparto di guerriere femminili: le amazzoni dell’Igea.
Nel frattempo il guerriero estrasse dal portamonete che aveva al polso un denario e lo lanciò alla donna. “Quando dicevo di avere un distintivo era vero.”
La donna guardò il denario e riconobbe i simboli imperiali incisi sopra. Non ci avrebbe comprato un tozzo di pane con quel denario, ma in un castra le si sarebbero aperte molte porte: dalla popina, all’armeria, agli uffici catastali.
“Lo dicevo io che combattevi troppo bene per essere un semplice legionario.” Esclamò ridendo. Poi, dopo aver reso la moneta, si rese conto dello scherzo del fato di cui erano stati vittime e fu colta da un accesso di risa che la costrinse a buttarsi a terra tenendosi la pancia.
“Che c’è da ridere tanto?” Chiese infastidito lui.
“Ne ho uno uguale anche io.” Riuscì a balbettare tra i singulti, ricambiando il gesto di fiducia e porgendo al guerriero la propria moneta, che lui guardò lievemente stupito. Quella era la conferma a tutti i suoi dubbi.
Comprese quindi quanto fosse stato ridicolo ed inutile tutto il loro combattimento e scoppiò a sua volta in una fragorosa risata. Dal lato della radura le due sorelle li guardavano scuotendo la testa rassegnata: solo dei guerrieri potevano essere capaci di ridere assieme dopo aver tentato di ammazzarsi a vicenda solo poche clessidre prima.
Quando si furono calmati un poco, lui le chiese: “Che ci fai qui in giro di notte?”
“E tu? Sei tu che mi hai fermato.”
“Io e la mia coorte siamo accampati qui vicino.” Dicendo questo finalmente gli venne in mente che con tutto il baccano fatto era assolutamente strano che nessuno fosse ancora intervenuto. Guardandosi rapidamente intorno li individuò quasi tutti. Come sempre mancava Wulfgar all’appello, lui era quello che si nascondeva meglio di tutti. “E tu? Allora?”
La guerriera si alzò e, spolverandosi le ginocchia e la corta tunica che spuntava da sotto l’armatura, rispose: “Sto andando al castra di Pola, dove mi devo incontrare con la coorte a cui sono stata aggregata, la XXI.”
L’uomo si bloccò nell’atto di rialzarsi, cadendo nuovamente seduto a ridere come un idiota.
“Beh? Che ti piglia, adesso?”
Dall’ombra Cumar si decise ad uscire. “Bene, bene, bene. A quanto pare hai trovato la combattente che stavamo andando ad incontrare.”
La guerriera si accorse all’ultimo istante degli spettatori inattesi che stavano lentamente uscendo dall’ombra, circondandola. Si girò a guardarsi intorno, valutando di nuovo la distanza tra sé e la spatha, una delle due donne la raccolse e gliela portò con un sorriso sui bellissimi lineamenti celtici. La teneva con cura, una mano sotto l’elsa e l’altra sotto il piatto della lama. “Questa è tua.”
Lei la prese e la rinfoderò, guardando stupita l’uomo che aveva parlato, velocemente affiancato da un esploratore che si stava mettendo a tracolla l’arco. “La... XXI?!”
“Ah, ma come devo dirtelo che le donne non è in questo modo che le devi stendere, razza di stupido?”
Lei si voltò di scatto, a quella nuova voce, in tempo per vedere un celta alto e magro, ma molto muscoloso porgere la mano al suo avversario ed aiutarlo ad alzarsi.
“Siamo noi.” Le confermò il guerriero andandole di fronte con un sorriso allegro, a braccio teso. Lei guardò quella mano protesa e, sentendosi finalmente arrivata, porse la sua afferrando l’avambraccio del suo nuovo compagno. Scambiandosi una pacca sulla spalla, i due si sorrisero, comprendendo che sarebbero diventati amici.
“Io sono Tito.”
“Io mi chiamo Ottavia.”
Scritto da: Atia Rubinia
Revisionato da: Elios Tigrane

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