Aleksandros - Il diplomatico (Parte V)

Agosto 1247 a.u.c. - Roma, lungo la via Appia
La fila interminabile di croci riportava il popolo ai tempi di Spartaco e della sua ribellione, quando i rivoltosi andarono ad adornare macabramente i lati della via.
Una nobile famiglia senatoria, fautrice di quella sanguinosa repressione, passava in rassegna i mercanti, i patrizi, i plebei e gli schiavi che avevano preso parte alla rivolta, guardandoli con disprezzo. Si fermarono sotto due croci, da dove pendevano sfiniti e sfibrati da molte ore un uomo ed una donna. Marito e moglie, che avevano deciso di condividere lo stesso destino. Erano poche le donne appese, alla maggior parte di loro era stata concessa una morte meno infamante con il veleno, molte erano state ridotte in schiavitù a servire i legionari che ne avevano devastato la casa oltre che la dignità, molte altre erano perite nei roghi che avevano costellato l’Impero, nella brutale applicazione della legge per ripristinare l’ordine costituito.
La pace era stata ristabilita dopo più di cinque anni di guerra civile, ed i colpevoli puniti.
Dall’alto della croce la donna aprì stancamente gli occhi. Faticava a respirare, aveva la gola riarsa e pregava gli dèi di por fine in fretta quel tormento, consolata solo dal fatto che suo figlio fosse scampato al massacro. Era certa che la moglie di suo fratello avrebbe provveduto ad informarla personalmente se fosse stato altrimenti. Fu allora che lo vide.
Vestito elegantemente con una tunica azzurro pallido, la bulla della giovinezza brillante al sole del primo pomeriggio, suo figlio era fermo sotto la sua croce e la guardava.
“Marc’Antonio…” Gemette, scorgendo l’odio negli occhi scuri del figlio. Di certo doveva essere una mascherata.
Il ragazzo la guardò con disprezzo, mentre i due adulti che lo accompagnavano, gli si posero alle spalle, uno per parte. Drusilla vide allora suo fratello e la moglie e digrignò i denti. A lei non avevano concesso una morte silenziosa con il veleno. Per espresso ordine del suo stesso fratello l’avevano lasciata in carcere, in attesa dell’applicazione della condanna alla morte in croce, come tutti gli altri prigionieri catturati. La donna era stata per molti giorni alla mercé di secondini e legionari che sfogarono su di lei la loro rabbia per quello che avevano scatenato lei ed il marito, alcuni prigionieri non furono altrettanto teneri nei suoi confronti, loro erano incarcerati per reati contro la legge, non erano traditori “Tu! Che tu sia maledetto, fratello.”
In quel mentre l’uomo accanto a lei si riprese e puntò i suoi occhi di ossidiana in quelli del ragazzo riconoscendovi suo figlio. “Marc’Antonio, ricorda di chi sei figlio, riscatta l’onore di tuo padre.”
Per tutta risposta il ragazzo sputò a terra, tra le due croci, quasi che i due traditori non fossero degni di essere toccati nemmeno dalla sua saliva. “Io non sono tuo figlio, traditore.”
I due condannati, allo stremo delle forze, lo guardarono stupiti. Qualcosa nel suo atteggiamento, nella sua voce, gli fece comprendere che non stava fingendo per avere salva la vita.
“Tu sei mio figlio!” Tuonò dall’alto della croce Tito Iulio Cornelio.
“Siano ringraziati gli dèi che così non è!”
Guardando il giovane che li fissava con odio e disprezzo, i due condannati seppero che Eris si era abbattuta su di loro nel modo più subdolo possibile: piansero lacrime di disperazione e rabbia frustrata, la rabbia inutile degli sconfitti.
Tre giorni più tardi i loro corpi furono tirati giù dalle croci e gettati in una fossa comune, senza alcuna sepoltura, ricoperti di calce e lì dimenticati per sempre.
Drusilla e Tito morirono con nelle orecchie la roboante voce della vendetta reclamata ed ottenuta, voce che tornò più volte a tormentare gli ultimi momenti della loro esistenza, la voce del loro figlio che declamava con orgoglio e sicurezza il suo nuovo nome, la sua nuova vita: “Io sono Aleksandros Severo Agostino.”

Scritto da Elios Tigrane
Revisionato da Atia Rubinia

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