Aleksandros - Il diplomatico (Parte IV)

La mossa fulminea di Domiziano stupì tutti. “No.”
“Lascia che faccia.” Interloquì gelidamente Azia.
“No.”
“Ma…”
“Zitta, donna.” Con quell’ordine secco, che fece sussultare la moglie di indignazione, Domiziano storse dolorosamente il polso del nipote, fino a fargli mollare la presa sul pugio. “Lo sai, Azia, come la penso: non è giusto che le colpe dei padri ricadano sui figli.”
Azia aveva fulminato con lo sguardo il marito a quel rimprovero, il suo cuore anelava alla vendetta. Anelava di andare da Drusilla, in prigionia ad Atene, e sussurrarle all’orecchio: “Ho ucciso tuo figlio…”.
Ma la sua coscienza fu più forte, Domiziano aveva ragione e non stava solo applicando la pietas cristiana come lei temeva inizialmente, stava valutando l’uomo che avevano di fronte. E quell’uomo era più simile a suo zio che a Tito, suo padre. Annuì gravemente, tornando con i pensieri a quell’idea che prendeva una forma sempre più definita. Era un’idea crudele nell’intimo e forse era per questo motivo che le piaceva tanto. C’era qualcosa in quel ragazzo che quietò la sua brama di sangue, che la riportò all’equilibrio. Suo nipote non era come il padre, lo sapeva. Raramente sbagliava nel giudicare le persone.
Il senatore porse al ragazzo una coppa di vino allungato con molta acqua, dandogli un buffetto sulla guancia: “Hai dimostrato di avere più onore tu nel tuo dito più piccolo che tuo padre in tutta la sua vita.”
Il ragazzo bevve un sorso, tramortito dal succedersi veloce degli eventi. Cosa avrebbe fatto, ora? Sospirando comprese, lo aveva detto lui stesso: avrebbe litigato il cibo con i cani. “Andrò da un mercante di schiavi e scomparirò dal mondo, come doveva essere. Oppure affonda tu stesso la lama nel mio petto, finendo l’opera iniziata dalla Legio V alla casa dove sono nato.”
I due lo guardarono stupiti, senza sapere bene che cosa replicare. Poi il senatore si risedette sulla sua scranna, fissando meditabondo il ragazzo. Che fare? Secondo la legge avrebbe dovuto ucciderlo. Poteva sempre farlo deportare a Roma per farlo mettere in croce con i genitori. Sarebbe stata una buona vendetta contro quell’infame di sua sorella. Drusilla era la sua sorella più piccola, la sua preferita, quella che coccolava e vezzeggiava in gioventù ogni qualvolta rientrava dalle missioni. Una vera serpe in seno. Maledetta.
“Voglio vendetta per Miriam, Domi.” La voce fredda della moglie interruppe i suoi pensieri.
“La voglio anch’io, ma questo ragazzo non sarà lo strumento di questa vendetta morendo qui.”
“Invece lo sarà.”
“Azia…”
“Domiziano, per quanto ne sappiamo Marc’Antonio Iulio Cornelio è morto nell’incendio della domus di tua sorella. Potremmo accogliere questo ragazzo di strada come un figlio adottivo.”
Entrambi si stupirono di tale proposta, Domiziano ancor più del diretto interessato: non riusciva a credere che lei, dopo esser stata una dei bersagli principali di Tito e Drusilla concedesse al giovane la possibilità di vivere. Cosa stava meditando la mente di sua moglie? Era ancora sconvolta dal dolore e questo lo preoccupava.
“Zia, per quanto mi riguarda sono solo un orfano, disconosco Tito Iulio Cornelio come padre e Drusilla Severa come madre.”
Azia espose il suo piano di vendetta nei minimi dettagli, piano che lasciò basiti i due uomini, poiché ormai Marco Antonio non poteva più definirsi un ragazzo, nonostante la giovane età. Come ebbe finito di parlare il silenzio calò grave nel tablinum. Azia versò da bere per tutti e rimase in paziente attesa del verdetto. Il primo a reagire fu, inaspettatamente, Marco Antonio.
Il giovane raccolse da terra il pugio e si tagliò il petto, dalla spalla sinistra fino al fianco destro molto profondamente, ma senza emettere un gemito. Il sangue iniziò a gocciolare a terra dopo aver impregnato il subligaculum.
Domiziano tentò di intervenire, ma la voce pacata di Azia lo fermò, assieme alla sua presa ferrea: “Lascia che faccia.”
“Qui e ora muore Marco Antonio Iulio Cornelio, principe ed erede di un traditore.”
La voce del ragazzo era forte e sicura. Si incise il palmo della mano sinistra, stringendola a pugno e poi passandosela sul volto, sporcandolo di sangue. “Questa è la mia offerta ad Eris, dea della vendetta, affinché si abbatta con forza contro coloro che vi hanno rubato un figlio, io vi dono la morte del loro figlio. Non ho altro se non il mio sangue per questo giuramento, che la vostra vendetta si compia lungo la Appia, che le Furie mi facciano impazzire ed Eris si prenda la mia anima se così non sarà.”
Domiziano guardò sospettoso il ragazzo, e avrebbe sospettato di lui a lungo nel anzitempo a venire: da cinque anni non si fidava più di chi gli stava intorno, ma si fidava di sua moglie, che sapeva ben giudicare le persone. Sorrise a quel dono del Fato, all’idea crudele della moglie per ottenere vendetta. “Allora ti do il mio benvenuto nella nostra familia.”
Il ragazzo barcollò per il sollievo e porse al senatore il pugio, tenendolo per la lama. “Avrò bisogno di un nuovo nome. Ripugno tutto ciò che mi hanno dato.”
Azia sorrise con dolcezza per la prima volta, sentendo nascere una nuova pace nel cuore. “Sei un principe e non per le tue origini, ma per la nobiltà che vedo nel tuo cuore. Io avrei in mente un nome.”
Quando lo sentirono, entrambi gli uomini lo approvarono.
Continua.....

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