Aleksandros - Il diplomatico (Parte II)

Un rumore improvviso lo svegliò che era pieno giorno, ma quanti ne fossero passati da quando era entrato in quella legnaia non sapeva dirlo, preda com’era stato della febbre. Aveva le labbra riarse e la testa sembrava scoppiargli. Comprese subito di essere perduto quando lo schiavo gli puntò contro un forcone intimandogli di alzarsi. Il ragazzo, coperto solo dal subligaculum, venne condotto dall’intendente della villa che lo fece frustare e quindi scacciare. Mentre si avvicinavano alle fauces uscì dalla domus un uomo alto, con i capelli castani e il portamento nobile, diretto alle stalle dietro la grande casa. Indossava una tunica da fatica azzurra, con un mantello porpora a coprirgli le spalle. Incuriosito guardò nella direzione di tanta confusione e, al riverente inchino dei servitori, chiese annoiato: “Cosa succede, Sesto?”
“Nulla domine, abbiamo sorpreso questo ladruncolo nella legnaia e lo stiamo scacciando.”
Domine? Il ragazzo si divincolò con foga dalla salda presa e corse all’impazzata verso quell’uomo tentando di urlare: “Zio!! Zio Domiziano, sono io! Sono…”
Fu atterrato da una bastonata ben piazzata tra le scapole, che gli mozzò il fiato prima di terminare la frase. Quando riuscì ad alzare la testa vide il padrone di casa fissarlo e poi sgranare gli occhi.
“Sesto, lascialo. Voglio ascoltare la sua storia.” Con quell’ordine gettò il proprio mantello sul corpo segnato ed emaciato del giovane coprendolo. “Alzati.” Ordinò bruscamente l’uomo, zittendo con una sola occhiata qualunque protesta potesse nascere nella servitù.
Il ragazzo non capiva perché suo zio continuasse a trattarlo come un plebeo. Mentre si alzava dolorante, apparve sul patio una donna molto bella, indossava un peplo greco di un verde chiaro che ben s’intonava con il rosso dei suoi capelli, elegantemente acconciati. La riconobbe subito: era la moglie di suo zio, la figlioccia dell’Imperatore.
“Amore, cosa succede?” La voce della donna era stanca, tuttavia aveva uno sguardo attento.
“Sesto ha trovato questo furfantello nella legnaia, adesso lo portiamo dentro e sentiamo cosa ci deve raccontare, poi decideremo cosa farne.”
Il tono non ammetteva repliche e la moglie non capì subito il motivo di quel bizzarro comportamento. Quando il ragazzo aveva alzato lo sguardo a guardarla le era sembrato che volesse parlare, ma la mano del marito si era stretta dolorosamente sulla spalla del giovane facendolo gemere. Decisamente strano come comportamento, quello del marito.
Silenziosa si scostò a lasciar strada all’uomo ed al ragazzo, stupendo i presenti i quali presagivano una risposta a tono da parte sua: non era raro infatti che la domina si prendesse la libertà di parlar chiaro con il marito. Una volta Sesto aveva osato chiedere al padrone perché concedesse alla moglie di comportarsi così, e di girare vestita come un uomo, armata di tutto punto. La risposta era stata spiazzante: “Perché è così che mi piace, è una donna non una proprietà.” Sorridendo felice, il domine aveva aggiunto: “Non la vorrei mai diversa da sé stessa.”
Giunti in un tablinium secondario, lontano dal giardino e dalla zona dei servi, l’uomo fece sedere il giovane su uno sgabello mentre lui si accomodava sullo scranno dietro ad un piccola scrivania dalla quale estrasse un pugio, posandolo ben in vista davanti a sé.
La moglie del senatore stava mordicchiandosi una ciocca dei ricchi capelli rossi mentre ragionava su ciò che stava accadendo, senza capirci molto: aveva troppo pochi elementi. La somiglianza del giovane a suo marito era impressionante, ma non ricordava con certezza chi potesse essere. D’altro canto, lei si recava in quella tenuta assai di rado, dovendo sovrintendere anche alla domus di Nicea.
Si spostò accanto al marito, intrigata dal suo gesto di estrarre il pugio. Portandosi di fronte al ragazzo lo fissò attentamente, chiedendosi ancora una volta chi fosse.
Il giovane Marco Antonio si ritrasse istintivamente sotto allo sguardo gelido ed inquisitorio della donna, stringendo i lembi del mantello con la mano destra.
Azia vide la mano.
Vide il sigillo.
Strinse spasmodica la spalla del marito, trattenendo il respiro.
“Domi, mi spieghi cosa ci fa lui seminudo in casa nostra?” Chiese infine la donna con voce bassa e letale, rompendo il silenzio che era sceso nella stanza da quando la porta si era chiusa alle loro spalle.
L’uomo smise di fissare il pugio e, alzata la testa, si rivolse finalmente al giovane con un tono piatto ed indifferente, mentre stringeva la mano fredda che gli artigliava la spalla: “Cosa sei venuto a fare qui, Marc’Antonio?”
“Una centuria di pretoriani della Legio V Macedonica ha attaccato e incendiato la domus di mio padre. Io mi sono salvato grazie al sacrificio delle mie guardie personali, mi hanno inseguito fino alle porte della tua casa.” Reprimendo un tremito, il ragazzo riprese: “Ti prego, zio, intervieni presso l’Imperatore, chiedi a nome mio che venga fatta giustizia! Ho ancora la bulla al collo, nessuno mi degnerebbe di attenzione, ma tu sei un padre coscritto del senato di Roma, a te daranno ascolto! A te concederanno di indagare e scoprire chi ha tramato tutto ciò e perché!”
Gli occhi di Azia si strinsero minacciosamente mentre ragionava su quel discorso appassionato. Sembrava che il ragazzo non sapesse nulla di quanto successo. Impossibile. Rise freddamente, guardando con aperto odio il figlio della cognata. Di Drusilla e di quella bestia di suo marito, Tito. “Come! Non sai che l’ordine è partito proprio da noi?”
Cuntinua........

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